Nell’ambito della rubrica “Migration” abbiamo intervistato l’Avvocato Alberto Nico, Legal Expert di TIA Formazione in merito ad un recente episodio di cronaca che ha provocato un acceso dibattito in tutta Italia: le limitazioni al diritto di accesso alla mensa e allo scuolabus ai bambini stranieri frequentanti le scuole del Comune di Lodi.

Ci potrebbe spiegare come si è potuti arrivare all’esclusione dei bambini stranieri dalla mensa scolastica e se il comportamento tenuto dall’amministrazione è legittimo?

Quanto accaduto nel Comune di Lodi risulta essere di una gravità estrema non solo per l’evidente discriminazione posta in essere ai danni di cittadini di Paesi non appartenenti all’Unione Europea, ma anche e soprattutto perché le vittime di tali atti sono bambini, circostanza che rende i comportamenti posti in essere particolarmente riprovevoli.

Il Comune di Lodi, attualmente guidato dalla Lega Nord,ha infatti discriminato i bambini stranieri iscritti presso gli istituti scolastici comunali, limitando di fatto l’accesso alla mensa ed allo scuolabus tramite un’interpretazione strumentale e forzata delle norme giuridiche, a scopi prettamente politici.

Per capire come si è potuti arrivare a porre in essere determinati comportamenti, non si può non ripercorrere il ragionamento giuridico sotteso alla vicenda.

In particolare, il Comune di Lodi, con la delibera di Consiglio comunale n. 28 del 4 ottobre 2017, ha novellato gli artt. 8 e 17 del regolamento per l’accesso alle prestazioni sociali agevolate. All’art. 8 del regolamento, secondo cui l’accesso ai servizi avvenga tramite presentazione di domanda presso il Comune e che tale domanda possa essere corredata di “autocertificazione, conformemente alla normativa vigente”, sono stati inseriti i commi 4, 5 e 6.

In particolare, il comma 5 afferma:

  1.  “[…] i cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea devono produrre – anche in caso di assenza di redditi o beni immobili o mobili registrati – la certificazione rilascia dalla competente autorità dello Stato esterno – corredata di traduzione in italiano legalizzata dall’Autorità consolare italiana che ne attesti la conformità –resa in conformità a quanto disposto dall’art. 3 del DPR n. 445/2000 e dall’art. 2 del DPR n. 394/1999 e successive modifiche in integrazioni nel tempo vigenti. Con le medesime modalità deve essere comprovata anche la composizione del nucleo familiare del richiedente”;

In buona sostanza, dunque, il Comune di Lodi richiede alle famiglie extracomunitarie di presentare, ai fini della certificazione dell’ISEE (l’indicatore che consente di verificare lo stato di bisogno del nucleo familiare), anche i certificati emessi dall’Amministrazione dello Stato di provenienza concernenti tutti i dati che, per i cittadini italiani, sono oggetto di autocertificazione. Il risultato che si ottiene in questo modo è quello di impedire di fatto agli extracomunitari di accedere alle tariffe agevolate per i servizi locali.Da ciò è quindi derivato l’allontanamento degli scolari extracomunitari rispetto agli altri compagni di scuola italiani o cittadini dell’Unione europea.

La modifica del regolamento comunale di Lodi riprende pressoché pedissequamente l’art. 3, commi 2, 3 e 4, del cit. d.P.R. n. 445 del 2000. Conseguentemente, sembrerebbe che il Comune abbia semplicemente dato attuazione alla legge statale.

Il problema sta nell’applicazione rigida, che si traduce in un requisito spesso impossibile e dunque in una discriminazione. Infatti, per molti immigrati è difficile ottenere la certificazione dei redditi nel paese d’origine, soprattutto è difficile ottenerla in tempi utili per accedere allo sconto della quota mensa e dello scuolabus.

Inoltre, il quadro normativo in materia non si esaurisce nelle segnalate disposizioni del d.P.R. n. 445 del 2000.

Si deve infatti ricordare che l’art. 2, comma 5, del d. lgs. 25 luglio 1998, n. 289, attualmente vigente, prevede che “allo straniero è riconosciuta parità di trattamento con il cittadinorelativamente alla tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi, nei rapporti con la pubblica amministrazione e nell’accesso ai pubblici servizi, nei limiti e nei modi previsti dalla legge”.

Conferme del principio esposto le ritroviamo, oltre che nelle convenzioni internazionali (peraltro richiamate dal regolamento), nelle fonti costituzionali o nelle comuni regole di decenza comportamentale nei confronti dei minori, anche nel diritto europeo a cui, senza alcun dubbio, il Comune si deve attenere.

L’art. 11 della Direttiva n. 2003/109/CE (“Direttiva del Consiglio relativa allo status dei cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo”), stabilisce che “il soggiornante di lungo periodo (ossia “il cittadino di paese terzo titolare dello status di soggiornante di lungo periodo”) gode dello stesso trattamento dei cittadini nazionali per quanto riguarda: […] le prestazioni sociali, l’assistenza sociale e la protezione sociale ai sensi della legislazione nazionale.

Ancor più rilevante, poi, per il tema specifico in esame è l’art. 10 del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 5 dicembre 2013, n. 159, in cui si prevede che “Il richiedente presenta un’unica dichiarazione sostitutiva in riferimento al nucleo familiare di cui all’articolo 3, ai sensi del testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, e successive modificazioni, concernente le informazioni necessarie per la determinazione dell’ISEE. La DSU ha validità dal momento della presentazione al 15 gennaio dell’anno successivo”.

Alla luce di quanto esposto, il regolamento comunale di Lodi presenta gravi profili di illegittimità.

Risulta altresì fondamentale analizzare l’interpretazione fornita dalle varie corti giudiziarie in merito alle norme sopra citate.

Merita menzione la sentenza del Tribunale di Brescia, Sez. lav., 4 febbraio 2016, n. 167/2016. In tale pronuncia, dopo aver dato conto dell’art. 2, comma 5, del d. lgs. n. 286 del 1998, nonché dell’art. 11 della citata Dir. n. 2003/109/CE, il Tribunale afferma che l’art. 3 del d.P.R. n. 445 del 2000 non trova applicazione “nella parte in cui subordina la possibilità per i soli cittadini di stati non appartenenti all’Unione europea di utilizzare le dichiarazioni sostitutive di cui agli artt.li 46 e 47 limitatamente a stati e fatti certificabili o attestabili da parte di soggetti pubblici italiani a differenza dei cittadini italiani e dell’Unione Europea”.

Il Giudice ha specificato che tale conclusione è avvalorata dal fatto che il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 159 del 2013, ai fini dell’applicazione dell’ISEE, “non prevede alcuna distinzione di trattamento tra cittadini italiani e stranieri sotto tale profilo, consentendo a tutti indistintamente la possibilità di effettuare l’autocertificazione mediante la dichiarazione sostitutiva unica della propria condizione reddituale e patrimoniale anche con riferimento a redditi e patrimoni esteri”.

Conformi sul punto sono le sentenze del Tribunale di Milano, Sez. lav., 9 ottobre 2017, n. 2385/2017, nonché della Corte d’appello di Brescia, Sez. lav., 13 dicembre 2016, n. 204/2016, in cui si afferma che “ai limitati e specifici fini di utilizzo dell’ISEE” è “consentita l’autocertificazione anche con riferimento alla proprietà e ai redditi situati all’estero”, in ragione di un regime derogatorio rispetto alla normativa di diritto “comune” di cui all’art. 3 del d.P.R. n. 445 del 2000.

Lo stesso principio lo ritroviamo anche nella recente sentenza della Corte di Cassazione numero 8617 del 22 febbraio 2018, nella quale la Corte, occupandosi di diritto al gratuito patrocinio, ha affermato che lo straniero ha diritto nel caso di prestazioni urgenti (come questa della mensa) ad autocertificare i redditi esteri dopo aver presentato la domanda all’autorità straniera per evitare un pregiudizio dato dai tempi di risposta.

Pertanto, l’applicazione delle norme fatta dal Comune di Lodi, in quanto discriminatoria, appare incostituzionale per violazione del diritto allo studio (art. 34 “La scuola è aperta a tutti”) ed all’eguaglianza(art.3) oltre che della normativa nazionale ed europea sopra riportata.

La scuola è l’ambiente principale per una corretta e piena integrazione culturale e sociale tra i futuri cittadini, di cui c’è massimo bisogno se si vuole davvero contrastare l’ondata di razzismo che da qualche anno si è diffusa in Europa, e la risposta delle istituzioni deve essere ancora più dura e decisa nel momento in cui si tratta di tutelare minori.

 

Francesca Garreffa