L’Unione Europea rappresenta il primo partner commerciale dell’Africa, nonostante la crescente penetrazione cinese e una presenza importante degli Stati Uniti in questo continente. Le statistiche relative agli investimenti, al commercio estero e agli aiuti allo sviluppo rivelano infatti che l’UE è il principale attore economico e politico nell’Africa sub-sahariana. E non potrebbe essere altrimenti, visto il passato coloniale che lega molti dei Paesi africani ad alcuni Stati membri dell’Unione europea come Francia, Portogallo e Belgio.

Il 12 settembre 2018, in occasione del suo discorso sullo Stato dell’Unione, il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha dichiarato: “L’Africa non ha bisogno di carità, ma di un partenariato equo e leale. E noi europei ne abbiamo altrettanto bisogno. Oggi proponiamo una nuova alleanza tra l’Europa e l’Africa per gli investimenti sostenibili e l’occupazione.” La nuova “Alleanza Africa – Europa per gli investimenti sostenibili e l’occupazione” mira in particolare a stimolare gli investimenti in Africa, potenziare gli scambi commerciali, creare nuovi posti di lavoro e investire nell’istruzione. Secondo le previsioni, tale alleanza potrà portare alla realizzazione di risultati concreti, ad esempio creare fino a 10 milioni di posti di lavoro in Africa nei prossimi 5 anni. “Sono convinto che dovremmo trasformare i numerosi accordi commerciali tra l’UE e l’Africa in un accordo intercontinentale di libero scambio, un partenariato economico tra pari” ha affermato Juncker.

Fin dagli anni ’60 l’Europa intrattiene relazioni economiche privilegiate con gli Stati ACP, acronimo che si riferisce ad un gruppo Paesi localizzati nelle regioni geografiche di Africa, Carabi e Pacifico, in prevalenza ex-colonie europee. La Convenzione di Yaoundédel 1963 (seguita da una seconda convezione stipulata nel 1969) offriva una serie di vantaggi commerciali e un programma di aiuti finanziari per lo sviluppo destinati a 18 ex colonie africane che avevano appena ottenuto l’indipendenza. L’accordo prevedeva anche misure di cooperazione tecnica e culturale. Questi accordi prepararono il terreno per la successiva

Convenzione di Lomé del 1975, che estendeva tali vantaggi ad un numero maggiore di Stati africani, prevedendo la concessione di preferenze commerciali non reciproche per le esportazioni di prodotti da parte dei Paesi ACP in deroga agli obblighi imposti dal GATT, l’Accordo Generale sulle Tariffe e sul Commercio. Veniva inoltre istituito un meccanismo di compensazione dei prezzi delle produzioni agricole, chiamato STABEX. Tale convenzione è stata rinnovata più volte ed è stata infine sostituita dall’Accordo di Cotonou, firmato nel giugno 2000.

Tale Accordo rappresenta una svolta nelle relazioni tra l’Unione europea e i Paesi ACP poiché prevede per la prima volta la creazione di aree regionali di libero scambio tra l’UE e i Paesi in via di sviluppo. Da questo accordo prendono, infatti, il via i negoziati per gli Economic Partnership Agreementso EPA(Accordi di partenariato economico) i quali introducono diverse novità tra cui il superamento del regime di accesso preferenziale e l’avvio di condizioni di reciprocità commerciale tra UE e Paesi ACP.

L’Accordo di Cotonou ha stabilito l’entrata in vigore degli EPA a partire dall’inizio del 2008. Le trattative sono ancora in corso per molti Paesi, mentre altri – come Botswana, Swaziland, Lesotho, Mozambico, Camerun, Costa d’Avorio – hanno firmato accordi provvisori. Si tratta in sostanza di accordi di libero scambio che mirano a ridefinire le regole commerciali tra i Paesi UE e i Paesi ACP, garantendo alle merci di questi ultimi l’accesso ai mercati europei senza dazi doganali né quote, e viceversa. L’obiettivo principale degli EPA è quello di promuovere gli scambi commerciali tra l’UE e i Paesi ACP, favorendo al tempo stesso l’integrazione di questi Paesi nell’economia mondiale e la riduzione della povertà.

D’altro canto, sono state mosse molte critiche all’introduzione di questi accordi, soprattutto da parte delle organizzazioni non governative, del movimento no-global e di coloro che operano nel campo della cooperazione allo sviluppo. Si teme infatti che l’istituzione degli EPA possa danneggiare le già fragili economie dei Paesi africani, caratterizzate da fenomeni quali elevata disoccupazione, mancanza di infrastrutture, scarso gettito fiscale, esportazioni poco differenziate e limitato accesso al credito. Una liberalizzazione non graduale e non sostenuta da adeguate misure di natura fiscale potrebbe, ad esempio determinare conseguenze negative come la chiusura di molte imprese locali e l’incremento del tasso di disoccupazione.

Tra i Paesi che, al contrario, potrebbero trarre grande giovamento dall’introduzione degli accordi EPA, il Sud Africariveste sicuramente un ruolo importante. Potenza regionale del continente africano, il Sud Africa sta assumendo un ruolo da protagonista anche sulla scena mondiale tanto da essere incluso nei gruppi G20 e BRICS (Brasile Russia, India, Cina, Sud Africa). L’Economic Partnership Agreement tra l’Unione Europea e Sud Africa, Namibia, Lesotho, Botswana, Swaziland e Mozambico è entrato in vigore nel novembre 2016. L’Accordo garantisce al Sud Africa una maggiore apertura al mercato UE rispetto al Trade Development and Cooperation Agreement (TDCA) del 1999 che regolava in precedenza le relazioni commerciali tra il Paese e l’UE. I principali effetti positivi dell’accordo dovrebbero riguardare il settore agricolo (e in particolare le esportazioni di vino, frutta, zucchero, alcool etilico, prodotti della pesca). L’accordo prevede inoltre più elasticità in relazione ai dazi, una maggiore flessibilità riguardo alle rules of origine l’eliminazione dei sussidi UE alle esportazioni nel settore agricolo.

Per approfondire:

Discorso sullo stato dell’Unione 2018 – Africa

Accordo di Cotonou

Economic Partnership Agreements (EPAs)

(credits photo Ines Caloisi)