Dialettiche aperte, così le ho definite anni fa. Perché proprio nell’era della globalizzazione e dei sistemi sempre più interdipendenti e interconnessi/iperconnessi, il sistema-mondo, appare sempre più segnato da frammentazione e resistenze di tipo sociale e culturale, a loro volta correlate a nuove forme di disuguaglianza ed alle nuove asimmetrie, tipiche della cosiddetta società della conoscenza. Un sistema-mondo caratterizzato da conflitti, locali e globali, reso strutturalmente instabile da “forze” centrifughe e centripete (2003 e sgg.) che lo rendono dinamico e, allo stesso tempo, caotico. Proprio in questa fase di mutamento globale, in cui la tecnica, le tecnologie, la “rivoluzione digitale”, sembrano restituirci – con tutta la sua potenza, anche in termini di immaginario – l’illusione del controllo totale e della razionalità nelle decisioni e dei sistemi (a tutti i livelli), dobbiamo necessariamente fare i conti con un sistema globale che, oltre ad essere caotico e complesso sotto tutti i punti di vista, è divenuto irreversibilmente policentrico. In questo scenario così incerto e ambiguo, la cui (iper)complessità non può certo essere restituita da poche parole e ragionamenti, l’Europa stessa è da tempo attraversata da una fase di crisi e di transizione che, in certi momenti, sembra metterne addirittura in discussione le ragioni del proprio esistere. Tuttavia, a mio avviso, mai come in questa fase storica, così delicata e segnata da incertezza e insicurezza a livello locale e globale (livelli interdipendenti), si avverte l’importanza di riaffermare l’idea originaria e i valori fondanti e fondativi di Europa: un’idea, una visione, un progetto tradotti nel tempo in maniera inadeguata, riduttiva e, perfino, controproducente. Ma si tratta di un’idea, di una visione, di un “progetto”, che vanno riaffermati con forza e ripensati proprio partendo dal sistema di valori su cui poggiano. Operazione tutt’altro che semplice quella di costruire le condizioni di un cambiamento che è soprattutto sociale, culturale e politico. La speranza è che, al di là delle dichiarazioni ufficiali e del discorso pubblico, si prenda definitivamente consapevolezza in tal senso. Non possiamo non rilevare come proprio la debolezza della Politica e delle istituzioni europee, sempre più in mano a tecnocrazia e burocrazia, abbiano fatto il resto. La speranza è che questo significativo anniversario dei Trattati di Roma non si traduca – ancora una volta – (soltanto) nell’ennesimo evento funzionale a dare soprattutto visibilità alle èlites ed alle classi dirigenti. Non è più tempo di rinviare certe scelte e l’adozione di politiche che mettano al centro la Persone, i Diritti, le Culture, le Popolazioni, la cittadinanza (globale), l’inclusione etc.

E per far questo, è necessario ripartire dalla cultura come bene comune, come cooperazione e come condivisione (inclusione): e, lo ripeto, proprio in un momento storico come questo, in cui il modello e il progetto di Europa sviluppati mostrano preoccupanti segnali di debolezza e di vulnerabilità, soprattutto dal punto di vista dell’identità e della costruzione di una comunità aperta delle nazioni. Per troppo tempo si è pensato, erroneamente, che la moneta unica e la creazione di un mercato unico determinassero, in maniera quasi automatica, anche la realizzazione di un modello di integrazione e interdipendenza fondato su una cultura e un’identità che, pur nel rispetto delle specificità e delle differenze, potevano e dovevano essere comuni e condivise. Sappiamo tutti che non è andata così e che è di vitale importanza ripensare le politiche e le strategie europee in una chiave che è quella habermasiana della “politica interna mondiale”. Come scritto, anche in tempi non sospetti, l’Europa, segnata, da tempo, da una profonda crisi non soltanto economica, (forse) inizia a prendere finalmente consapevolezza che la questione è culturale e che bisogna ripartire dal “fattore culturale” per tentare finalmente di ri-costruire un senso di appartenenza ad una comunità aperta e inclusiva che sappia, non soltanto adattarsi, ma gestire la (iper)complessità del cambiamento, le asimmetrie sempre più marcate e i nuovi conflitti, l’evoluzione tecnologica e culturale. Un’Europa che abbia, finalmente, un ruolo decisivo di mediazione dei conflitti nella politica internazionale ma anche, e soprattutto, che sia in grado di aiutare, accogliere, aspettare chi è in difficoltà, chi è rimasto indietro. In altre parole che sappia gestire, e non soltanto “controllare”, le straordinarie accelerazioni e discontinuità che la società interconnessa e iperconnessa ha reso evidenti, aprendosi al dialogo, al confronto, alla contaminazione tra culture e sistemi di orientamento valoriale e conoscitivo differenti.

Come scrissi tempo fa, si avverte l’urgenza di ripensare/ricostruire un modello di Europa aperta e inclusiva, nel quale le identità e le culture si rivelino, non elementi di ancoraggio ad una tradizione sterile che produce chiusure e autoreferenzialità (muri vs. ponti), bensì “strumenti” complessi per affrontare un’evoluzione sociale e culturale senza precedenti, ulteriormente segnata dalla rivoluzione digitale e dalla cosiddetta economia della condivisione. Quella europea, come noto, è una storia molto antica e complessa segnata anche da drammatici conflitti che, tuttavia, non hanno impedito che una certa idea e certi valori si diffondessero e fossero condivisi da persone appartenenti a culture e comunità differenti e, almeno apparentemente, distanti tra loro. Dunque, rilanciare in grande stile il  “progetto Europa” significa, in primo luogo, porre l’attenzione sulle Persone, sugli spazi relazionali, educativi e della comunicazione (definita a suo tempo come “processo sociale di condivisione della conoscenza”); significa definire politiche (lungo periodo) transnazionali – si tratta della via obbligata perché tutti i sistemi sono sempre più interconnessi e interdipendenti – investendo risorse importanti su strumenti complessi di contrasto alle nuove disuguaglianze e asimmetrie che ostacolano concretamente le aperture, il dialogo, l’incontro con l’ALTRO DA NOI, la solidarietà, la stessa realizzazione di quel progetto così importante e ambizioso. In questi ultimi decenni, l’assenza di una Politica, sempre più marginale e ancella di poteri economici e tecnocrazia, la totale mancanza di un’identità (che ha tuttora costi pesantissimi anche in termini di comunicazione e percezione del “Progetto Europa”) e, a livello della prassi e della traduzione in azioni concrete, di strategie e di politiche definite e costruite sulle Persone e sui loro diritti – che non sono soltanto quelli legati all’essere consumatori – ha di fatto, e drammaticamente, aperto le porte dei vecchi Stati-nazione a populismi e nazionalismi, anche nelle loro forme più estreme, che stanno mettendo in discussione le stesse forme della politica, i partiti e la rappresentanza, i regimi democratici. Ripensare e rilanciare il “Progetto Europa” significa, in altri termini, lavorare in una prospettiva, che non può che essere sistemica e di lungo periodo, per creare condizioni strutturali e sovrastrutturali (istruzione, educazione, formazione ne sono da sempre e ne devono essere gli assi portanti) che possono innescare/agevolare il cambiamento culturale e, con esso, l’affermazione di quel “nuovo umanesimo” (1996) di cui sentiamo parlare sempre più spesso. Con il rischio che possa rivelarsi come l’ennesimo slogan e/o etichetta di successo per rilanciare non l’Europa, le culture e le popolazioni che la abitano e ne innervano il corpo sociale e politico, bensì la sua immagine e reputazione. Logiche e culture organizzative e istituzionali che hanno mostrato, in questi anni, tutta la loro debolezza e inconsistenza, e non soltanto in termini di “cultura della comunicazione” (dico sempre: comunicazione confusa con il marketing, a tutti i livelli e in tutte le dimensioni della vita pubblica). Affinché possa esserci qualche possibilità per il “progetto Europa”, occorre pertanto lavorare sulle condizioni culturali e di contesto in grado di modificare anche la percezione individuale e collettiva rispetto al valore assoluto della cultura, delle culture che devono fare da collante, pur nella ricchezza della loro diversità; rispetto al valore della cooperazione tra Stati-nazione. Ma non è e non sarà sufficiente ripensare il modello e progettare nuove politiche: servono investimenti importanti per sviluppare e dare ossigeno a tali politiche sociali, ancor di più se immaginate e progettate in chiave europea e transnazionale. Questa crisi, soltanto in parte economica, ha messo in luce l’urgenza di ri-partire da quei legami sociali sempre più fragili e da quei meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione, messi duramente alla prova dalle “forze” della frammentazione, dell’egoismo e dal trionfo di valori individualistici. «Il valore assoluto della cultura, in tal senso, va ripensato anche rispetto al suo essere “bene comune” e dispositivo fondamentale di coesione sociale, in una fase storica che ci richiede urgentemente di ripensare le condizioni strutturali del “contratto sociale”, del nostro vivere insieme» (cit.).

Un progetto d’Europa che, in altri termini, si spera possa portare con sé l’ambizione di rimettere finalmente le Persone (e i mondi della vita), e non la tecnica, il mercato o il consumo, “al centro” di un modello di sviluppo, che fino ad ora ha palesato tutte le sue criticità e incongruenze. L’auspicio sentito è che lo si faccia davvero, al di là di slogan e di campagne di comunicazione più o meno riuscite, e che iniziative come la presente possano configurarsi concretamente come ‘leve’ attive del cambiamento più urgente e necessario, quello sociale e culturale. Affinché ciò possa avvenire, servono politiche condivise e progettate in una prospettiva sistemica, all’interno delle quali scuola e università devono rivestire un ruolo ed una funzione assolutamente strategiche: non è più possibile, in tal senso, progettare e realizzare azioni e strategie di innovazione e cambiamento che non riconoscano esplicitamente, nei fatti, la centralità strategica delle istituzioni educative e formative, peraltro responsabili dei processi di stratificazione sociale e mobilità sociale. E questo perché – bene esser chiari – stiamo ragionando intorno a questioni di vitale importanza per la tenuta e la stessa sopravvivenza dei regimi democratici. Non è inutile ribadire – e lo facciamo spesso – che cittadinanza, inclusione e innovazione non possono essere “per pochi”. In un momento di transizione problematica che si sostanzia anche, e soprattutto, in una crisi culturale e di civiltà, occorre riaffermare la ricchezza, la varietà e la molteplicità delle culture e dei “paesaggi sociali e culturali” nello sforzo – forse, nell’utopia – di realizzare/edificare davvero uno spazio pubblico, sociale e comunicativo, in grado di riaffermare con chiarezza il valore dell’essere Persone, il valore dell’essere Cittadini, il valore di essere e far parte di quell’importante visione che si chiama Europa: un progetto, in primo luogo, politico e (prima ancora) culturale che ha perso colpi e credibilità – non soltanto a livello di percezione, individuale e collettiva, e di rappresentazione mediatica – sotto le spinte di un capitalismo finanziario e di un “modello” di globalizzazione che ha reso ancor più evidenti disuguaglianze e asimmetrie, a livello locale e globale.

Un anniversario, quello dei Trattati di Roma, che peraltro assume ancor più significato se messo in correlazione con la costruzione dello Spazio Europeo della Cultura, anche in vista dell’Anno Europeo dedicato alla Cultura (2018). Servono – e serviranno sempre più – elevati livelli di conoscenza, nuovi profili e competenze, saperi condivisi (2003), organizzazioni e sistemi sociali aperti, nuove culture organizzative e della comunicazione, comunità inclusive e aperte al dialogo; diventano così ancor più strategiche istruzione ed educazione che devono essere ripensate per le sfide dell’ipercomplessità e della civiltà globale e iperconnessa. Le azioni e le strategie necessarie vanno portate avanti su più piani e, come detto, in prospettiva sistemica affinché la cultura e la condivisione della conoscenza possano configurarsi davvero come leve strategiche per co-costruire comunità inclusive e aperte al dialogo che sappiano anche reagire alla paura e alle politiche della paura; che sappiano reagire alle dinamiche scaturite da un mercato – preda della sua auto-normatività – e da un’economia globale della precarietà (cit.).

Da questo punto di vista, innescare il cambiamento e gestire la complessità dei processi di innovazione significa, in primo luogo, ripensare la nostra Scuola e la nostra Università, tuttora ingabbiate dentro “logiche di separazione” che sono logiche di controllo e di reclusione dei saperi negli stretti confini di discipline isolate tra loro. Servono investimenti importanti in cultura, in educazione e istruzione all’interno di politiche di rilancio degli studi umanistici e della formazione umanistica, per troppo tempo considerati non importanti perché non in grado di produrre (almeno, apparentemente…) effetti/risultati “misurabili” in termini quantitativi.

Come scrissi anni fa, siamo di fronte alle sfide di un cambiamento (anche di paradigma) che, storicamente, non può essere imposto dall’alto ma che, al contrario, va costruito ed elaborato socialmente e (appunto) culturalmente. E, speriamo davvero, non si perda l’ennesima occasione di ripensare e costruire un’altra Europa che sappia mostrarsi autorevole e unita proprio nel momento in cui tutto sembra andare nella direzione opposta!

 

*Piero Dominici

Docente universitario e formatore professionista

Comitato Scientifico